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II ristorante San Domenico insiste su un area occupata anticamente da una domus romana che si estendeva nella zona in cui oggi sorge il complesso conventuale di San Domenico. Complesso che ebbe alla fine del XV secolo la sua definita sistemazione architettonica. Nella pianta della citta' di Imola disegnata da Leonardo da Vinci nel 1501, custodita presso il Castello di Windsor, e' presente il complesso architettonico che oggi ospita il ristorante San Domenico. All'esterno, l'edificio, ben inserito nel paesaggio urbano, si presenta con una semplice ma misurata facciata ristrutturata e ridipinta nei colori della terra cotta. Fa da sfondo al bel giardino del chiostro di San Domenico.
All'interno un ampio ingresso introduce a varie piccole sale con pochi e distanziati tavoli. Una grande sala per banchetti o gruppi ospiti fino a 40 commensali. Un salotto con camino per I'aperitivo o per fumare i sigari o la pipa. Nuovi ampi bagni rivestiti con ceramiche dipinte a mano della ditta Musa di Roma, una grande cucina suddivisa nelle varie partite; al piano superiori gli uffici e i servizi. Pavimenti di cotto fiorentino, pareti ricoperte di ruvida tela di lino soffitti rivestiti con un tessuto decorato con uno dei famosi disegni naturalistici ideati nella seconda meta' dell'Ottocento da William Morris. Lo stesso tessuto e' usato per i paralumi appesi su ciascun tavolo. Nelle salette divani continui ricoperti di cuoio a "pieno fiore" colore testa di moro, sedie a braccioli Tonet su disegno di Marcel Breur degli anni venti. Sui tavoli, imbanditi con tovaglie e tovaglioli di lino pesante colore fucsia, bicchieri di cristallo di Riedel, piatti Richard Ginori, sottopiatti d'argento come d'argento sono le posate, i candelieri e i portafiori. Su ogni tavolo fiori freschi.
"Le cantine si devono fare sottoterra,lontane da ogni strepitio e da ogni rumore e fetore,e devono avere il lume da levante perciocché,avendolo da altra parte ove il sole possa scaldare i vini,che vi si porranno,dal calore riscaldati diverranno deboli e si guasteranno."
Cosi scriveva, nel 1570, Andrea Di Pietro detto il Palladio nei 14 libri dell'architettura.
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